Donald Trump ha confermato nei giorni scorsi, con la firma del memorandum Section “301 action”, la ferma intenzione di sanzionare la Cina con dazi commerciali per un importo enorme, pari a circa 60 miliardi di dollari all’anno.
Non si tratta di un fatto inaspettato, da mesi infatti l’amministrazione Trump stava segnalando la possibilità di avviare azioni commerciali molto aggressive, soprattutto verso la Cina.
Se da un lato, infatti, è evidente da anni l’utilizzo di pratiche commerciali da parte dei cinesi poco ortodosse, dall’altro il palese disprezzo degli Stati Uniti per le regole condivise a livello mondiale, sta creando lamentele e disapprovazione da parte dei principali alleati.
Molti osservatori ritengono che le scelte del governo USA siano poco lungimiranti e poco pragmatiche.
E’ superfluo ricordare che stiamo parlando delle due superpotenze economiche mondiali, dotate di materie prime, risorse economiche, tecnologie avanzate, ampia base demografica e mercati interni autosufficienti, quello americano ormai da tempo, quello cinese in rapida concretizzazione.
Il leader cinese Xi Jinping, già nel corso del meeting di Davos a Gennaio 2017 aveva fatto un passo avanti, sostenendo la volontà della Cina di diventare il leader della globalizzazione del commercio mondiale.
Sulla stessa linea, le nomine di Liu He alla carica di vicepremier e di Yi Gang a quella di governatore della Banca Popolare Cinese (la banca centrale in Cina), fanno credere che le intenzioni cinesi per la creazione di una pianificazione commerciale strategica a lungo termine siano molto concrete.
Per contro, l’atteggiamento dell’amministrazione Trump è stato finora di chiusura in tal senso e le possibili conseguenze, a detta di molti operatori, sono difficili da definire oggi con precisione.
Una possibilità è quella auspicabile, di una profonda riflessione da parte della Cina, che dovrebbe rendersi conto che non potrà continuare a lungo ad utilizzare il sistema commerciale mondiale per un suo preciso vantaggio economico.
All’estremo opposto, una mancanza di chiarezza da parte dell’amministrazione Trump circa le vere intenzioni e le modalità di possibile dialogo, potrebbe portare ad una drastica rottura che condurrebbe ad una guerra commerciale in cui la Cina si sentirebbe costretta ad azioni di rappresaglia.
In questa direzione, è forte la preoccupazione sull’andamento del mercato dei titoli del debito pubblico USA, i cosiddetti “treasuries”, i titoli di stato americani, di cui storicamente i cinesi sono detentori in discreta percentuale.
In questo contesto, la decisione del presidente Trump di firmare il Travel Act di Taiwan, che promuove gli scambi ufficiali tra Stati Uniti e Taiwan, viene vista dai cinesi come una sostanziale messa in discussione della promessa fatta a suo tempo al presidente cinese Xi Jinping di rispettarne l’idea politica definita con le parole “una sola Cina”.
Il disagio avvertito concretamente in questi giorni sui mercati finanziari è frutto di queste circostanze concrete ed è possibile il richiamo ad un modello della “Teoria dei Giochi”, chiamato “Dilemma del Prigioniero”.
Il concetto chiave è questo: se ogni giocatore pensa solo alla mossa successiva, i risultati portano unicamente in breve tempo alla peggior situazione possibile e il risultato è un gioco in cui tutti perdono.
Guardando invece a più lungo termine, in chiave strategica, con una serie di mosse concatenate, i risultati del gioco alla fine sono complessivamente positivi, con migliori risultati per entrambi i giocatori.
Il mondo non è così grande e senza confini come lo immaginavano gli antichi.
In questa fase, un atteggiamento agli investimenti prudente e ampiamente diversificato è probabilmente la soluzione migliore per restare sereni e vivere consapevolmente una realtà ineluttabilmente complicata.